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Al confine di Gaza è tregua tra israeliani e palestinesi, dopo un intenso scambio di lancio di razzi e missili tra le parti. Netanyahu e Hamas non vogliono una escalation, lasciando campo alla mediazione egiziana premono su fronti opposti per il cessate il fuoco. “Calma” nel giorno dell’ultimo round del voto amministrativo. Nella corsa per la poltrona di Gerusalemme vince il candidato della destra e dei religiosi. Moshe Lion, espressione di un vasto blocco di partiti che andava dagli ortodossi dello Shas ai nazionalisti di Israel Beitenu, si è imposto con un vantaggio del 3% su Ofer Berkovitch, astro nascente della politica israeliana. Una sfida dove il giovane politico gerosalemitano, dato per perdente nei pronostici della vigilia, ha provocato non pochi timori alla macchina elettorale di Lion. Alla fine missione fallita per Berkovitch, anche se i dati premiano il partito da lui fondato Hitorerut quale forza più votata. Una campagna elettorale con ripercussioni turbolente sul piano nazionale. Bruciante sconfitta per Netanyahu, il candidato che godeva del suo appoggio è uscito di scena al primo turno. Lasciando fuori dai giochi il “falco”, che non si è nemmeno presentato al seggio. Rientrato a Gerusalemme ad urne chiuse, non ha rilasciato nessun commento. Ha poi voluto complimentarsi con i sindaci eletti nelle file del Likud in quest’ultima tornata elettorale. L’effetto Gerusalemme apre un caso, la destra dimostra di poter fare a meno del suo leader indiscusso per mettere in piedi una larga e variegata coalizione. Il clima è teso nella maggioranza di governo prossima all’implosione: divergenze insanabili tra il premier e Avigdor Lieberman sulla questione della gestione della crisi di Gaza hanno portato alle dimissioni il ministro della difesa e l’uscita del suo partito dal governo. Una coalizione già a rischio di frantumazione alla vigilia della presentazione di un pacchetto di emendamenti non graditi ai partiti religiosi. Nel Likud c’è chi lavora nel tentativo estremo di usurpare il suo trono. Le inchieste della magistratura incalzano la famiglia e potrebbero ripercuotersi sui sondaggi. Mentre dalla sua può saldamente contare sul fatto che nell’opposizione non esiste un reale avversario. Tutto questo potrebbe convincere il longevo politico a scegliere la via delle elezioni anticipate. Il dubbio resta. Nelle passate settimane ironicamente si profetizzavano tre date storiche imprevedibili per la Terra Santa: la presentazione del piano di pace di Donald Trump, l’arrivo del Messia e quando Benjamin Netanyahu avrebbe indetto il voto. Aggiungendo che Trump e il Messia potevano aver già deciso, Netanyahu ancora no. In queste ore forse ci pensa con insistenza, altrimenti per lui c’è il rischio di prendere atto della sconfitta in aula.

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10 ANNI DALLA SCOMPARSA DI PICCIRILLO, FRATE ARCHEOLOGO

“È evidente come il richiamo per la Terra Santa rivesta una cornice storica e culturale molto particolare per la cristianità: questa terra è il filo conduttore della storia, in questi luoghi Antico e Nuovo Testamento prendono corpo ed intersecandosi narrano la storia della salvezza dell’uomo. La continuità cristiana in Terra Santa sin dal IV secolo è stata di indubbio aiuto nel rafforzare la veridicità della localizzazione dei luoghi sacri ed offrire un contributo pratico alla discussione, implementata in epoca contemporanea dagli studi archeologici”. Sono le parole che padre Michele Piccirillo – frate, archeologo, professore e amico – ci rilasciò in una lunga intervista. Moriva 10 anni fa a Livorno. Era nato a Carinola, in provincia di Caserta, e presi i voti catapultato in Medioriente, mentre rami della sua famiglia diventavano labronici. Il nostro primo incontro risale al 2003, a Betlemme abbiamo avuto l’onore di conoscerlo. In quel periodo padre Piccirillo trascorreva lunghi periodi al Monte Nebo, laboratorio di una vita e poi sua eterna dimora. Era diventata per noi consuetudine passare da lui per un caffè, nel suo ufficio nella via Dolorosa all’interno della struttura dello Studio Biblicum Franciscanum. Tra pile di libri, mappe antiche, oggetti d’epoca romana, risplendeva un fornellino e la macchinetta della moca: praticamente un vulcano in perenne eruzione. Altre volte invece ci vedevamo a cena da comuni amici, nella terrazza che affacciava sulle mura della Città Vecchia, lì ascoltavamo estasiati i racconti della sua lunga permanenza in quei luoghi santi e incantati, ma troppo spesso scenario di guerra e violenza barbara che padre Michele aveva attraversato incolume. Era un signore dei venti, burrascoso come le tempeste del deserto e placido come la leggera brezza del mare. Capace di tuonare in quasi tutte le lingue del Mediterraneo, mantenendo il forte accento della sua terra natia.

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La sua grande passione è stata la storia. Sapiente insegnante. Lavorava, instancabile, nell’assidua ricerca di tradizioni, eventi, luoghi della fede. Scavando. Scoprendo tesori andati perduti. Facendo rinascere mosaici bellissimi. L’archeologo col saio francescano, in verità nei cantieri portava jeans e guidava gli operai in arabo. Per tutti dai monti giordani al Kinneret israeliano, dalla Siria alla Palestina era abuna Michele, padre Michele. Rispettato ovunque, in una regione dove odio e incomunicabilità sono spessi muri invalicabili.

Riponeva la speranza nelle nuove generazioni, più che nelle vecchie. In piena seconda Intifada, partecipò ad un programma di dialogo e pace tra giovani palestinesi e israeliani che si svolse in un kibbutz della Galilea, su quelle colline che ricordano la Toscana, nei pressi del sito di Beit Shearim, ragazzi di due popoli in conflitto fianco a fianco apprendevano le sue lezioni.

Per capire quanto padre Michele fosse un punto di riferimento scientifico imprenscindibile in Palestina basta raccontare un aneddoto: nella calda estate del 2008, non lontano da Nablus un muratore palestinese, nel centro del villaggio di Sebastya luogo della presunta tomba di Giovanni Battista, abbattendo una parete della cantina di una casa, portava alla luce l’abside di una chiesa di epoca crociata. Nella calca di curiosi sopraggiunti per vedere la scoperta ben presto serpeggiò una certezza: “Chiamiamo padre Piccirillo!”. Raggiunto telefonicamente a Gerusalemme impartì l’ordine di ricevere subito il materiale fotografico. Poche ore dopo i filmati erano nelle sue mani, guardò le riprese e gli occhi si accesero, nella sua testa immaginò l’edificio animato, le dimensioni, forma architettonica e probabile datazione. Quel giorno padre Michele stava preparando le valigie, qualche ora dopo avrebbe dovuto imbarcarsi per Roma dove lo attendevano delle visite mediche, le analisi ad Amman avevano riscontrato una brutta ulcera, purtroppo era molto peggio. Era dimagrito e non riusciva nemmeno a godersi il suo amato caffè. Per l’uomo che parlava alle pietre quella sarebbe stata la sua ultima scoperta in Terra Santa.

TRISTE CANTO BRASILEIRO

In Brasile è il momento della verità. Aperti i seggi di una campagna elettorale giocata tra piazze e profili social. In testa ai sondaggi, con il 36%, per la carica di presidente della repubblica è Jair Bolsonaro: politico di destra, nazionalista, ex militare e con tendenze marcatamente razziste. Favorito sul candidato della sinistra, orfana di Lula, Fernando Haddad. Questa tornata elettorale rappresenta, per molti aspetti, uno scollamento con il periodo di transizione che il Paese ha affrontato dalla fine della dittatura. E dall’introduzione del suffragio elettorale nel 1988. In questi trent’anni il Brasile è riuscito a compiere un salto sul piano della democrazia e del livello economico, che tuttavia non ha dato benefici a tutti. Oggi il gigante sudamericano è sull’orlo del dissesto, in piena recessione e polarizzato, la disoccupazione è tornata a crescere e la violenza è un problema comune. La corruzione sistemica, ereditata dal precedente regime, è un male radicato. In queste tre decadi politici di quasi ogni schieramento sono stati coinvolti in scandali, tra tangenti e appalti truccati. Il senso del successo, improvviso, di Bolsonaro è quello di un contesto sociale non più disposto a sottostare alle amorali regole di una casta di privilegiati. Al centro del messaggio politico di Bolsonaro non c’è un programma di sviluppo e riforme, ma slogan di propaganda contro la corruzione nell’apparato statale e sulla sicurezza. La macchina mediatica di Bolsonaro si è accesa sin dai primi scricchiolii del mandato di Dilma Rousseff. Dipinto come il condottiero della crociata antisistema ha raggranellato consensi su consensi. È salito sul carro delle manifestazioni che chiedevano, e poi portarono, all’impeachment dell’allora presidentessa, cavalcando l’onda del malcontento. Può contare sull’appoggio di militari, grande industria e chiese evangeliche. Non nasconde di essere omofobo e un convinto revisionista nostalgico della dittatura. È, recentemente, sopravvissuto ad un grave attentato. Il suo scoglio per insediarsi all’Alvorada è Haddad: poco carisma per l’ex ministro dei precedenti governi di sinistra, origini libanesi e ultima carta del carcerato Lula. Il risultato finale della consultazione è incerto. In questo primo turno il centrosinistra è sparpagliato in diverse liste, il fronte comune per arginare la deriva della destra radicale dovrebbe nascere domani, ma potrebbe non bastare. Nella partita brasiliana il populista sfida l’intellettuale, vince chi raccoglie più consensi tra le classi popolari.

L’AUTUNNO POLITICO AL TEMPO DELLA BREXIT

Nel Regno Unito si fanno sempre più consistenti le voci di elezioni anticipate. Intanto, si consuma l’attesa per la nascita, già più volte annunciata in questi mesi, di una nuova forza politica: un partito ideologicamente moderato e geneticamente anti-Brexit, trasversale che vada ad attrarre coloro che manifestano malessere per governo e opposizione, stimati al 48%. Una “casa” per liberali convinti, conservatori e laburisti delusi. Il recente sondaggio dell’agenzia BMG pubblicato da alcuni quotidiani vede la maggioranza dei britannici favorevole a votare per un movimento centrista. Un progetto più volte invocato dall’ex premier Tony Blair, “sfrattato” dal Labour e regista occulto di quella che potrebbe portare ad una drammatica scissione all’interno della sinistra: la componente blairiana è minoritaria rispetto all’attuale indirizzo “socialista” di Corbyn. In un quadro politico dove le uniche vere novità sono il ritorno dei populisti dell’Ukip e la buona crescita dei Liberali. Calo di celebrità invece per Jeremy Corbyn, dopo un’estate turbolenta tra accuse di antisemitismo e scuse pubbliche. In evidente difficoltà a conciliare le due anime laburiste: quella pro e quella contro a restare nell’Ue. I laburisti, nei rilevamenti, sono stabilmente al primo posto con il 38%, un punto in più del centrodestra dei Tories. Trend negativo per l’inquilina di Downing street, l’indice di gradimento della May è intorno al 25%. La premier è sfiancata dai logoranti negoziati con Bruxelles, che hanno imboccato un percorso tortuoso in fondo al quale c’è l’incubo di un mancato accordo. Indecisa su quale soluzione abbracciare la May regge un esecutivo che cambia ministri in forsennata continuazione. Situazione che la indebolisce notevolmente, rendendola vulnerabile all’attacco, martellante, del suo ex ministro degli esteri Boris Johnson, intenzionato a spodestarla e far prevalere la separazione dura dall’Europa. Nel caso il “trumpiano” Johnson prendesse in mano la guida dei Tories è concretizzabile una cospicua fuga di parlamentari. Ma sul politico, già sindaco di Londra, incombono gossip che rimbalzano sulle pagine dei tabloid, frenandone la corsa. Sia Corbyn che la May, su sponde opposte, condividono le pressioni del dibattito interno e il problema di evitare la dispersione di voti, in un contesto fluido dove oggi il 49% degli elettori non vuole la Brexit e il 41% invece sì. Per limitare i danni del prezzo del divorzio del secolo si prospetta una tornata lampo.

FINE CRISI GRECA

Atene è finalmente e ufficialmente uscita dalla crisi, ha presentato conti risanati e programmi di riforme apprezzate. È la fine del “commissariamento” dei creditori. La troika – Bce, Commissione europea e Fondo monetario internazionale – simbolo per eccellenza dell’austerità, esposto per 242 miliardi di euro nel salvataggio della Grecia, ha fatto il suo tempo e allenta il cappio, imposto dall’inflessibilità di Parigi e Berlino.
Nel Paese l’economia è ripartita di slancio: 1,4 per cento nel 2017 con la previsione del 2% per il 2018. Il tasso di disoccupazione è sceso al 19,5%. Sono passati dieci anni da quando il debito ellenico volava a 367 miliardi. Le cause del crack erano sostanzialmente i frutti di 40 anni di finanza creativa, trucchi contabili, clientelismo, evasione fiscale e spese pubbliche senza freni. Per non parlare di una olimpiade che dissanguò le casse, invece di generare profitti. È stata la crisi più grave dell’epoca contemporanea, con un debito cinque volte superiore a quello che nel 2001 mandò in default l’Argentina. Tragicamente persino il Partenone ha rischiato di finire all’asta. In questi anni la Grecia ha affrontato di tutto. La crisi economica ha messo in ginocchio il sistema sanitario e quello dell’educazione; si sono susseguiti terremoti ciclici e spaventosi incendi; è stata investita dall’emergenza migranti; ci sono state tensioni con la Turchia e una lunga trattativa diplomatica con Skopje per il riconoscimento, poco amato dai greci, della dicitura “Repubblica della Macedonia del Nord”.
Almeno stando agli ultimi sondaggi, l’attuale premier non ha molte probabilità di vincere le prossime elezioni nel settembre del 2019. Nei periodici rilevamenti Syriza, il partito di Tsipras, è in affanno. Per gli analisti demoscopici è attestato intorno al 25%, perdendo dieci punti percentuale rispetto alle passate tornate elettorali. Crollo anche per l’alleato di governo ANEL, gli indipendentisti non supererebbero nemmeno la soglia di sbarramento del 3%. In forte ascesa i conservatori di Nuova Democrazia, stimati al 37%. Numeri che potrebbero garantire al suo leader Kyriakos Mitsotakis la maggioranza assoluta in Parlamento e comunque la certezza di far parte del prossimo esecutivo che uscirà dalle urne, se il quadro non cambia. Aumento, contenuto, per l’estrema destra di Alba Dorata, al 9%. Il centrosinistra si presenta in blocco, sperando nella rinascita del Pasok, per attestarsi appena sopra il 10%.
Le ferite della Grecia sono state in parte sanate, la lezione è passata.

LIBIA, TRATTA E UN CONTINENTE DI SFOLLATI

In Libia è in atto una mutazione demografica di intere città. Nella zona costiera di Zawiya, sono passati da una popolazione di circa 200mila abitanti, sotto il regime di Gheddafi, a superare il milione. Il colonnello libico prima di essere spodestato e giustiziato aveva il controllo del “rubinetto” del flusso dei migranti in rotta verso l’Italia, grazie ad accordi con i clan che gestiscono il contrabbando nella regione. Il “patto” con il dittatore consentiva a bande di Tuareg di smerciare “liberamente” con Niger, Ciad e Algeria, rinunciando in contropartita alla tratta umana. In cambio dei servigi Gheddafi ripagava la lealtà offrendo a basso costo benzina e farina, che poi venivano rimessi nel mercato nero a prezzi maggiorati.
Il vuoto di potere lasciato da Gheddafi non è stato riempito da nessuno e il caos scaturito dalla caduta del rais ha di fatto lasciato campo libero alle organizzazioni criminali, che indisturbate hanno ripreso il lucroso e disumano traffico di uomini e donne. Un ingente giro di affari dedito a sfruttare il fiume di profughi che inesorabile scorre lungo l’Africa. Persone in fuga da dittatura, povertà, terrorismo e calamità atmosferiche, che ciclicamente si redistribuiscono in altri luoghi: solo il 2% di questa moltitudine raggiunge l’Europa. Scappano dalla Nigeria, il gigante economico che non decolla, dove statistiche rilevano che durante lo scorso anno nel Paese africano ci sono stati circa 280mila nuovi sfollati a causa di guerre e oltre 100mila invece per disastri naturali. In Etiopia nel Corno d’Africa, che in questi giorni ha finalmente imboccato uno storico percorso di pace con l’Eritrea, nel 2017 sono stati oltre 700mila a lasciare tutto impauriti dalla violenza dei conflitti. Per la stessa ragione, nel Sudan del Sud (il 40% della popolazione è malnutrita) oltre 800mila e in Somalia 400mila hanno abbandonato le rispettive case. A completare la striscia di terra che taglia orizzontalmente l’Africa centrale anche i numeri della Rep. Centro Africana e del Camerun: 539mila e 162mila profughi. Il triste primato del continente spetta alla Repubblica Democratica del Congo con due milioni di sfollati.
Disuguaglianze economiche, elevato tasso di corruzione e alta criminalità, gruppi armati che spadroneggiano, saccheggi, stupri ed esecuzioni sommarie, “convincono” chi è in grado di coprire parte delle spese di viaggio a tentare un futuro diverso, migliore. Dalla foce del Niger provengono la maggior parte dei migranti che giungono sulle coste italiane. Coloro che si “imbarcano” nelle carovane dirette all’oasi di Sebha sono ignari di cosa li aspetta una volta giunti in Libia. Lo stato del Sahel è ricaduto ad una situazione pre 1969: con il ritorno alla Sharia e alle pratiche della schiavitù. Tra torture ed abusi migliaia di persone sono tenute in ostaggio dalle tribù libiche che mantengono la totale autonomia e impunità d’azione. Frantumando un Paese ormai irreparabilmente andato in pezzi.

MAN-DE-LA, MAN-DE-LA, MAN-DE-LA

In Sudafrica è il giorno dedicato alla memoria di Mandela, il 18 luglio l’uomo che ha incarnato la resistenza al segregazionismo dell’apartheid avrebbe compiuto 100 anni. A cinque anni dalla sua morte, da Pretoria a Città del Capo, il Sudafrica è un Paese ancora profondamente diviso. I nove anni di presidenza Zuma sono stati contrassegnati da ripetuti scandali, tra accuse di corruzione, evasione fiscale, appropriazione indebita, stupro e nepotismo. La lista è voluminosa e il braccio di ferro con la magistratura è un libro aperto. Affermazioni insensate come quella che fare una doccia dopo il sesso “riduce al minimo i rischi di contrarre HIV”, politiche populiste, sconfinamento dei vincoli del proprio mandato hanno generato lo svilimento delle istituzioni e un declino della fiducia per lo storico partito di Mandela. Il sistema Zuma ha prodotto una “democrazia imperfetta”, mal governata e sopportata.
Le rivelazioni su legami poco chiari con clan spregiudicati, il caos di molte imprese statali, la caduta di Mugabe in Zimbabwe, la crisi energetica e quella idrica, la sconfitta alle amministrative del 2016, hanno convinto, lo scorso dicembre, i dirigenti del movimento ANC a dare la spallata definitiva a Zuma. Sostituendolo, a febbraio, con una figura che richiamasse alle nobili origini, che conoscesse le dinamiche del palazzo e, allo stesso tempo, fosse in aperto dissenso con la cerchia dell’ex premier. La scelta è andata su Cyril Ramaphosa, già al governo durante le violente repressioni delle manifestazioni sindacali a Marikana nel 2012. Eletto al congresso del 2017 dell’ANC, incaricato di traghettare la nazione e il partito alle elezioni del prossimo anno. In Sudafrica la situazione è, tuttavia, poco ottimistica, il 47% della popolazione è in povertà, la disoccupazione è al 30, circa l’80% delle terre appartiene alla minoranza bianca, alto tasso di criminalità, l’inflazione è al 7, il costo del carburante e dei generi alimentari è in crescita, la concentrazione delle ricchezza è a livelli pre-apartheid, le multinazionali che estraggono minerali hanno fatturati del 300% e le condizioni salariali degli operai restano basse. La classe media nera è stata assimilata da quella bianca e ora ne condivide i privilegi. Una borghesia esigua e ambiziosa, non in grado di essere un reale cuscinetto sociale.
Per 10 mila giorni Mandela è stato privato della libertà. Rinchiuso nel carcere di massima sicurezza di Robben Island, dove ha scontato gran parte della pena in isolamento, alla porta della impresso il su numero 466/64, costretto ai lavori forzati e a punizioni corporali. Era nato nel villaggio della tribù degli xhosa di Mvezo a Rolling Hills, è sepolto a Qunu. Si è battuto contro un regime razzista e i pregiudizi, come un “invincibile”.

IL SUMMIT DI BARI

Bari ha accolto l’Oriente cristiano nel nome della pace. Il luogo scelto da papa Bergoglio per riunificare la cristianità, divisa da secoli di odi atavici, scismi e infinite incomprensioni, è il reliquiario di San Nicola tra le mura della Basilica. Francesco riceve i patriarchi delle chiese cattoliche e ortodosse sostanzialmente per definire una strategia comune in difesa delle popolazioni del martoriato Medioriente. In una regione con 258milioni di abitanti, condizionata da violenza e instabilità, i cristiani rappresentano, secondo le ultime statistiche, una minoranza anche se con profonde radici: sono oltre 14,5 milioni. Netto calo rispetto allo scorso secolo, fa eccezione solo la Turchia di Erdogan che registra un leggero incremento della popolazione seguace della croce di Cristo. Numeri più che dimezzati invece in Siria, Iraq ed Egitto. In quest’ultimo Paese tuttavia è presente la più grande comunità dell’area con quasi 10milioni di fedeli (10%).
In Giordania sono 350mila e 30mila sono giunti dal vicino Iraq in questi anni. Mentre nel Libano dei cedri, un tempo dei maroniti e oggi dei minareti di Hezbollah, sono scesi al 40%. Percentuali poco sopra al 2% in Israele (nel 1948 erano il 20%) e Palestina. A Gaza, nel regno del fondamentalismo di Hamas, sono oramai uno sparuto gruppo che “resiste” con tenacia alle avversità: 1300 su 2milioni di abitanti.
Nella Città Santa di Gerusalemme contano circa 16mila residenti su un totale tra le due parti, Est e Ovest, di circa 870mila cittadini. Contesti complicati da intrigate guerre per l’ultimo baluardo di una tradizione secolare del variegato mondo arabo, dove la loro presenza, nella culla del cristianesimo, potrà essere garantita con la convergenza delle “famiglie” che la compongono. Garantire un futuro a questa minoranza di fedeli è l’assioma del pensiero del Pontefice.
Il cammino del Vescovo di Roma per arrivare a ricostruire un’unità è iniziato nel 2014, un anno dopo la sua elezione al soglio pontificio. Quando a Gerusalemme assieme al Patriarca di Costantinopoli ha varcato la porta del sancta sanctorum della cristianità. Arrivarono all’ingresso del Santo Sepolcro da due porte diverse, poi l’abbraccio tra Bartolomeo e il successore di Pietro, il cammino, sorreggendosi a vicenda, segnava con gesti fraterni un rapporto irreversibile tra le due chiese. Ad attendere i venerabili Padri a pochi passi dall’Edicola, cuore del complesso religioso conteso, il patriarca ortodosso di Gerusalemme Teofilo III.
Nel 2016 nell’antico monastero di Khor Virap per il papa venuto dall’Argentina c’è la stretta di mano con il patriarca armeno Karekin II. Lo stesso anno a Cuba nell’aeroporto dell’Avana incontra il Patriarca di Mosca Kirill, sotto gli occhi del comunista Raul Castro e con gli auspici dello zar Putin. Nel 2017, al Cairo, il Vescovo di Roma e il “Vescovo” di Alessandria, il Patriarca copto ortodosso Tawadros II, sono uno difronte all’altro e gli sguardi dei due “Papi buoni” segnano l’ennesimo evento storico. In un momento particolarmente difficile per la comunità cristiana oggetto di una terribile ondata terroristica di matrice jihadista.
Papa Francesco ha indirizzato il suo apostolato su due piani: la tradizione spirituale della morale francescana e la liturgia della preghiera come spazio di azione “politico e diplomatico”. Optando per un approccio pastorale incentrato sull’umiltà e la simpatia. È l’artefice di comportamenti e uno stile semplice che ha scosso la chiesa. A Bari non ha messo in atto la chiamata ad una nuova crociata in Terra Santa ma l’estremo tentativo di salvare un Medioriente di nuovi martiri.
Un segnale d’incoraggiamento ai cristiani della regione e allo stesso tempo una richiesta di appoggio incondizionato e repentino alla Comunità internazionale. Non è un caso che il Pontefice più amato, vox populi, abbia scelto come “consigliere” l’amministratore apostolico del patriarcato Latino di Gerusalemme Pierbattista Pizzaballa, frate e biblista già Custode di Terra Santa che ha lavorato per mesi all’incontro in Puglia ricucendo e tessendo le fila della visione bergogliana.

IL CALCIO MONDIALE IN SALDO, COMPRATO DALLA CINA

Il Mondiale in Russia segna un cambiamento epocale per il mondo degli sponsor e del marketing planetario, nuovi equilibri geografici e fuori due continenti: Africa e Sudamerica. Escono di scena anche marchi storici che avevano legato, in questi anni, il proprio logo al massimo evento calcistico. Decisione presa in conseguenza dello scandalo di corruzione che investì la Fifa, compromettendone l’immagine, all’epoca del timoniere Blatter. Per la Federazione calcistica presieduta da Infantino l’ingresso di nuovi partners, in gran parte gruppi cinesi, ha portato un minore incasso (-200milioni di dollari di introiti). Putin in persona si sarebbe speso per cercare sponsorizzazioni alternative a colmare il gap. Alla fine la partecipazione record è venuta dal gigante asiatico: il 39% della pubblicità del Mondiale proviene dal made in China. Anche se la nazionale, allenata da Marcello Lippi, è esclusa dai giochi, le multinazionali di Pechino hanno investito massicciamente per aggiudicarsi il connubio con lo spettacolo sportivo più atteso. In Russia campeggiano cartelloni di cellulari, televisori, frigoriferi e scooter elettrici di fabbricazione asiatica. Il generoso sponsor ufficiale, uno dei magnifici 7, è una catena globale di sale cinematografiche dell’Impero maoista. Un’altra “stranezza” è la comparsa di uno sponsor della Mongolia, un colosso del settore alimentare – latte e yogurt – che si prende ben 420 secondi di proiezione di spot prima del calcio d’inizio di ogni partita, trasmessi negli stadi e sui maxischermi nelle piazze. Indimenticabile, e attuale, la stilettata di Gianni Agnelli a Tanzi, allora patron del Parma, per il trasferimento del centrocampista Dino Baggio al Parma: “Oggi il latte tira più dell’auto”. Nel 2000 l’Avvocato ebbe un incontro a Milano con lo zar, colloquiarono di affari per circa mezz’ora nella suite dell’hotel Principe di Savoia. L’ex funzionario del Kgb era un astro nascente della politica, muoveva le sue prime mosse internazionali in un contesto di incertezza sul suo futuro e su quello del Paese. Poco meno di 20 anni dopo lo zar di San Pietroburgo è sul tetto del mondo, ha rimesso ordine nelle strutture centrali del governo, quando erano drammaticamente implose, e mantiene largo consenso con la propaganda della minaccia del ritorno al caos. Qualche difficoltà è dovuta alle sanzioni economiche, ma l’isolamento non è impeccabile, nel complesso però i titoli azionari sono stabili e l’inflazione in netta discesa. La storia insegna che la vetrina dei Mondiali talvolta si rivolge contro gli organizzatori, non solo calcisticamente. Putin è il deus machina dell’evento, lui un monolite di ghiaccio, freddo e composto persino nell’esultanza. Un professionista nell’arte del mimetizzarsi, statista camaleontico che può impersonare qualsiasi personaggio, calandosi perfettamente nella parte: sportivo, re della finanza, organizzatore di eventi, dittatore, domatore di tigri. E persino “rappresentante” di una ditta di latticini mongoli.

LA RETE DIPLOMATICA PUTINIANA

La Madre Russia non è mai stata così influente in Europa. E, c’è chi ritiene, come il finanziere Soros, che l’Italia rischia di essere la testa di ponte del piano putiniano: edificare la cattedrale d’oriente sulle rovine del condominio di Bruxelles. Putin ha saputo avvantaggiarsi internazionalmente grazie al periodo obamiano delle politiche di disimpegno dai contesti caldi, rafforzando poi la sua posizione con la nomina del capriccioso e inaffidabile Trump. Sul piano diplomatico Putin ha messo in campo strategie che hanno cambiato gli assetti di intere regioni: dalla troika con Erdogan e Rouhani per il controllo della Siria, all’appoggio insieme al faraone al-Sisi al generale Haftar per la conquista della Libia. Nuovi e vecchi teatri su cui muoversi in quasi totale libertà. Da un lato la Russia postsovietica continua ad avere un peso specifico rilevante sulla questione dei Balcani, in difesa dei fratelli serbi, dall’altro Putin non ha abbandonato qualche velleità nei confronti dei Paesi Baltici. Con la Polonia invece le distanze sono culturali e le affinità politiche. L’ex agente del KGB poggia gran parte del successo estero su propaganda e lobbismo. Ha assecondato Chirac, Sarkozy, Hollande e ora fa lo stesso con Macron. Con la Merkel non c’è amicizia ma affari, e a Berlino va bene così. Fronte complesso quello con l’Ucraina, una guerra nemmeno troppo silente, tra spionaggio e attentati, veri come l’abbattimento del volo civile MH17 con un missile Buk in dotazione all’esercito russo o presunti come l’assassinio del giornalista russo Arkadij Babcenko, dato per morto e poi ricomparso “resuscitato”, lasciando tutti interdetti tranne il controspionaggio ucraino. In Italia, l’erede di Stalin, può contare su un variegato parterre. La simpatia per Berlusconi, l’endorsement a Salvini e l’elogio per il neo governo di Conte. Ottime relazioni con la Cina dell’imperatore Xi Jinping, l’asse tra il comunismo maoista e quello stalinista continua ad avere una corsia preferenziale, addirittura migliore che in passato quando l’ideologia dell’ortodossia marxista non era sufficiente ad appianare aperte “divergenze” d’indirizzo geopolitico, dal Vietnam all’Albania. Nel Vicino Oriente sicuramente Putin non lascerà degenerare la crisi politica in cui è scivolata l’Armenia. Mantenendo allo stesso tempo un legame speciale con Ilham Aliyev, signore dell’Azerbaigian. Sostiene, in linea con l’Europa, l’accordo iraniano di denuclearizzazione. Mentre, concede a Netanyahu sconfinamenti in suolo siriano, basta che venga informato preventivamente e non sia messa in pericolo la vita dei suoi uomini dislocati in appoggio ad Assad. Netanyahu non tira troppo la corda, manifestando prudenza, e soggezione, nei confronti dello zar di Pietroburgo. Il quale oltre alla superiorità militare può contare su un fattore sociale, molto convincente: un sesto della popolazione israeliana, con diritto di voto, è di origine russa. Ha tifato, spudoratamente, Brexit. Oggi però paga tensioni crescenti tra le sponde del Tamigi e del Volga. Dal governo della May pesano le accuse che la lunga mano di Putin abbia ordinato l’avvelenamento dell’agente segreto moscovita Sergej Skripal, passato al servizio di Sua Maestà e miracolosamente vivo dopo l’attentato subito. Un caso in stile James Bond con 007 doppiogiochisti e una catena di eventi che ci ha riportato agli anni della Guerra Fredda. Infine, il rapporto tra Putin e Trump, ondivago e difficile da interpretare. Tra i due non c’è dualismo e ostilità, al contrario, ma in USA non solo il Pentagono chiede distanza e maggiore trasparenza. I vertici statunitensi vorrebbero evitare che Trump finisca per diventare un topolino nelle grinfie del gatto siberiano. Il crollo dei regimi comunisti ha portato la Casa Bianca a togliere quel cordone di sicurezza che presidiava i confini adiacenti alla Cortina di Ferro, incluso il nostro. Zone d’interesse strategico che sono diventate prede “appetibili”, in un nuovo spazio dove vale sempre di più il principio di “cane mangia cane”.